A distanza di 7 anni dal suo esordio torna Nicolò Carnesi con il suo quarto album Ho bisogno di dirti domani che attualmente sta portando in tour andando ad ampliare le oltre 200 date che nel corso degli anni, lo hanno visto portare la sua musica in tutta Italia e collaborare anche con Brunori Sas, Lo Stato Sociale, Dente, Dimartino, Le luci della centrale elettrica e Appino (The Zen circus).

Com’è nata la tua ultima produzione? C’è stata un’ispirazione particolare, e se sì quale?
Ho semplicemente scritto delle canzoni e ho capito che avevo qualcosa da dire. Successivamente ho capito come vestirle e produrle. Il disco si è sviluppato in tre fasi. Quella di scrittura e arrangiamento che è durata circa 2 anni. Poi è arrivata la fase di produzione con Donato di Trapani che con me ha curato la produzione artistica, avvenuta in una stanza di casa mia dove ho uno studio. Abbiamo iniziato a perfezionare i pezzi e in un paio di mesi abbiamo concluso. Siamo quindi entrati in studio. Abbiamo chiamato Francesco Aprili alla batteria e abbiamo concluso il mix e master da Suriani a Bologna.

Come nascono i tuoi brani?
In questo caso ho scritto molto al pianoforte, cosa che prima non facevo prediligendo la chitarra. L’utilizzo di questo strumento ti porta già a comporre in modo diverso a livello armonico. Non riesco però a finire un brano se però non inizio a lavorare anche al suo arrangiamento quindi ho lavorato molto anche subito su quel fronte. Per questo disco la difficoltà maggiore è stata la voce che cambia molti registri.

Qual è la definizione di indie oggi secondo te?
Mah secondo me l’indie oggi è morto o comunque in fase terminale. Ne abbiamo abusato, è finito sulla bocca di tutti e quando una cosa viene sdoganata in modo così preponderante finisce per collassare su se stessa. L’indie che ricordo io è quello degli anni in cui non importava a nessuno. Quando ho iniziato io ad esempio era difficile persino far capire anche alle persone cosa facevi. Poi è diventato un termine modaiolo poco rappresentativo del genere musicale a cui fa riferimento e ora è alla fine. Lascia anche strascichi positivi, come ad esempio un interesse per i live maggiore. Questo è certamente un beneficio per la musica.

Un aspetto positivo ed uno negativo del fare musica?
Aspetti positivi ce ne sono molti. Per me è un’auto-terapia. Mi permette di analizzarmi e contrastare alcuni miei lati difficili da gestire e tendenti all’alienazione. Il lato negativo è che si tratta di un mestiere incerto, in cui l’ansia è fondamentale e ti condiziona moltissimo. Però si tratta di un’incertezza che ti spinge a fare sempre meglio. C’è un detto palermitano che recita “fatti il nome e poi vai a dormire”. Io spero di poter vivere di questo lavoro ma di non avere mai questa certezza.

Credi che un artista debba schierarsi politicamente? Approvi la politica nella musica?

Penso che un artista, più che il dovere, debba potersi esprimere ma senza obblighi. Io non ho mai amato la musica politicizzata. Preferisco la musica che affronta avvenimenti con simboli o metafore ma se diventa uno slogan o un jingle mi indispone. Io personalmente inserisco dei messaggi politici, come ad esempio nella traccia “Il futuro” in cui esprimo in modo abbastanza chiara la mia posizione. Mi piace evocare certi concetti ma senza rifare “Bella ciao”. Si può anche trovare un nuovo linguaggio.

 

Come pensi incida l’esser attori nel mondo musicale nel campo delle relazioni personali?

Io ho avuto la fortuna di avere una base di amicizie solidissime quindi non ho subito il lato negativo di questo lavoro. Ho tenuto saldi i miei rapporti del passato e ne ho instaurati di nuovi con persone a me affini.

Domande da pistola alla tempia, da rispondere senza tergiversare:

Le tre canzoni più belle di tutti i tempi secondo te? Cara di Lucio Dalla, Atom heart mother dei Pink Floyd e A day in the life dei Beatles.

Beatles o Rolling Stones? Beatles
Venditti o De Gregori? De Gregori
Pasta o pizza? Pizza
Birra o vino? Vino
Chitarra o pianoforte? Chitarra
Arrivederci o addio? Addio
È più Umberto Tozzi il Rod Stewart italiano o è più Rod Stewart l’Umberto Tozzi scozzese? Rod Stewart è l’Umberto Tozzi scozzese. Lui non ha venduto quanto Tozzi con Gloria.

Quando ti sei ubriacato l’ultima volta? Ieri

Progetti per il futuro?
Suonare e portare in giro questo disco e prossimamente mi trasferisco a Bologna.

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